CON LE MANI, COL CUORE E CON TUTTI NOI STESSI – IL GRAN DENTATO E I SUOI CAPOLAVORI

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Frizzava nelle narici l’aria del parco. La nebbia di Bologna magicamente sospende ogni cosa all’inizio dell’inverno ma attraversando i vestiti ti fa contrarre le spalle e stringere il petto. Alle sette del mattino lo scenario è incantato e non ti accorgi di rinchiuderti in te stesso in balia di una miscela di gioia, protezione e malinconia. Fu così che arrivai in teatro, intirizzito sia pur carico di entusiasmo per quella nuova sperimentazione su un testo del rinascimento. Mi toccava destreggiarmi tra l’improvvisazione al flauto traverso, che fungeva da commento sonoro al lavoro sul corpo dei miei compagni di laboratorio, e l’impersonare un fedele servitore che invitava ‘cortigiani e lieti amanti’ ad allestire una festa utilizzando solo dei cubi di legno componibili, in assenza totale di trucchi, costumi o altri materiali di scena sulla falsa riga del Teatro Povero di Grotowski. Fui redarguito più volte dalla mia insegnante in quanto, pur trattandosi di un lavoro in cui la gioia pura e il piacere fine a se stesso avrebbero dovuto trionfare, le mie performances musicali e teatrali non solo non erano state all’altezza delle aspettative, ma avevano persino influenzato il gruppo trasformando quella che avrebbe dovuto rappresentare l’apoteosi dell’accoglienza e della convivialità in una sorta di “ampolla di mestizia”, come lei stessa si divertiva a definirla.

In realtà la nebbia aveva sortito effetti inaspettati su di me. Quella chiusura nel petto, le spalle sulla difensiva, le dita ingessate, il corpo compresso, persino la voce incapace di viaggiare fino in fondo alla sala mi fecero riflettere a lungo, nei giorni successivi, su come le potenzialità espressive, l’apertura del corpo e la consapevolezza fisica possano essere ‘perturbate’ dalla memoria muscolare di alcune catene in iperprogrammazione, e su come ogni circostanza che richieda il reclutamento di tutte le nostre energie e della massima concentrazione non faccia altro che richiamare e amplificare quegli affossamenti. Così da quel giorno non ho più smesso di prestare ascolto ai sottili meccanismi che il corpo mette in atto per proteggersi nei momenti critici, per assurdo impegnando le zone sbagliate e  mandandosi letteralmente in tilt attraverso  una sorta di autosabotaggio inconsapevole.

D’altronde non è necessario essere attori o musicisti per conoscere quella sensazione di “ingrippamento” che spesso impedisce alle dita di scorrere con fluidità se siamo impegnati in una operazione manuale, alla voce di essere chiara e precisa se siamo intenti a  parlare, al corpo e a tutti i nostri sensi di essere incisivi e convincenti se ci troviamo in un contesto relazionale. Chiunque ha dovuto fare i conti prima o poi con quella spiacevole tensione nel collo, nella spalle, nelle braccia o nella schiena che ha finito inevitabilmente col compromettere la sua perfomance artistica, il suo lavoro manuale o semplicemente la sua capacità di esprimersi.

Ma torniamo alle mani. Profonde connessioni miofasciali collegano le mani alle spalle e queste ultime al nucleo centrale del corpo.

L’uso consapevole del muscolo gran dentato (posto tra la superficie interna della scapola e la cassa toracica) può fare miracoli non solo per i musicisti ma per tutti coloro che utilizzano le mani per motivi professionali e non. Il gran dentato fornisce un sostegno tridimensionale alle spalle facendole allargare e appiattendo le scapole posteriormente sulle coste. E ancora, oltre a essere più vicino al “nucleo”, si connette con la parte superiore della colonna e con l’addome formando una spirale di tessuto connettivo che va dal collo fino al bacino. Risultato: più centralizzazione, maggiore stabilizzazione, tridimensionalità dei movimenti e postura più sana. E poi la relazione che intercorre tra i nervi sensori della mano e i nervi che attivano il gran dentato rappresenta il valore aggiunto. Alla luce di tutto questo la piena consapevolezza del tatto e dell’attività delle mani fornirà una sensazione di maggiore idoneità alla cintura scapolare restituendo energia e leggerezza alle braccia.

Mai più, quindi, aggrappati allo strumento o agli oggetti che manipoliamo con quella contrazione che si propaga dai polsi alle braccia, alle scapole, all’articolazione temporo mandibolare e persino agli occhi. Tutte zone del corpo deputate all’ interazione col mondo piuttosto che alla stabilizzazione. Finalmente clavicole allargate e un cuore sollevato pronto a dare e ricevere energia (quarto chakra non dimentichiamolo, la sede dell’ amore incondizionato e della spinta evolutiva). Finalmente dita che volano sulla tastiera, e mani in grado davvero di “maneggiare” anzichè afferrarsi a tutto quello che toccano. E non è forse con le mani e col cuore che si esprime un musicista? O un artigiano? O un chirurgo? O un artista che usi le mani per le sue opere? O chiunque metta le mani a disposizione del suo lavoro? Vi sembrerà strano ma persino negli sport di combattimento e negli allenamenti per la forza la consapevolezza tattile e l’uso del gran dentato sortiscono effetti straordinari, ma affronterò l’argomento in un’altra occasione. Piuttosto, tornando all’arte, un grande direttore d’orchestra qualche tempo fa, dopo un breve percorso di consapevolezza corporea in cui cercò di adottare un minimo di accorgimenti per “l’apertura del cuore”, per una stabilizzazione e un orientamento più funzionali e per  rientrare nella propria fisiologia dopo i passaggi più impegnativi, mi confidò di aver diretto un concerto preparato in fretta e furia in occasione di una commemorazione, non solo senza le tensioni croniche da cui spesso era afflitto, ma con un ritorno di energia e una freschezza inusuali da parte degli orchestrali. Un’esecuzione coinvolgente e la capacità di emozionare l’audience avevano così sopperito all’impossibilità di provare e riprovare la partitura per la mancanza di tempo, ma soprattutto erano state testimonianze tangibili di come, attraverso l’apertura del corpo e dei suoi centri nevralgici, fosse stato possibile instaurare anche una migliore interazione col mondo innescando un miracoloso ritorno di energia.

Non finisce qui. Il gran dentato oltre a fornirci maggiore centralizzazione per via dei suoi collegamenti miofasciali, in quanto suo antagonista può aiutarci a rilassare il diaframma troppo affaticato a causa della disfunzione a cui inconsapevolmente lo sottoponiamo nelle situazioni di emergenza, quando cerchiamo di fermare il mondo sia pure per un attimo trattenendo il respiro, e dell’iperventilazione che ne consegue, fenomeno quest’ultimo, artefice purtroppo di una vera e propria alcalosi respiratoria in grado di alterare la nostra chimica interna e di offuscare l’efficienza delle vie nervose e la nostra lucidità modificando persino l’umore.

Siamo alle solite! L’apparato della fonazione non è più supportato da una corretta fisiologia, il cuore è costretto e non si esprime, collo, spalle, braccia e mani nuovamente in difficoltà, postura chiusa e compressioni ovunque. E ci ritroviamo come nella nebbia in una mattina d’inverno. Molto meglio un po’ di pratica ogni giorno che ritrovarsi imprigionati in una confortevole ma pericolosa voliera edificata nel corso degli anni dalle nostre stesse abitudini!

Ma il gran dentato non smette di sorprenderci con i suoi capolavori. Attraverso una serie di tecniche di aspirazione diaframmatica messe a punto con l’equipe dell’ IPS di Napoli, fra l’altro anche abbastanza accessibili, è possibile resettare gli schemi corporei ed effettuare una riprogrammazione efficace. Grazie al contributo importante del gran dentato, in qualità di antagonista del diaframma, si può innescare un’attivazione involontaria riflessa del perineo e degli addominali interni le cui fibre, nella stragrande maggioranza dei casi, sono disconnesse. Tutto ciò a vantaggio del ritorno venoso, della riduzione del girovita, del contenimento degli organi interni e del rachide, della sessualità, della funzionalità del colon e dell’apparato genito urinario, oltre naturalmente all’opportunità di alleviare le innumerevoli algie derivanti da una postura scorretta. Una metodica efficacissima per limitare i danni che l’iperpressione addominale continua a procurare anche ad atleti e ad appassionati di fitness per via degli sforzi massimali e dei troppi esercizi addominali, a volte imprecisi, che sconsideratamente continuano ad eseguire; mi riferisco, per intenderci, ad ernie inguinali, infortuni agli ischio crurali, pubalgie, lombalgie, stasi venosa nella zona rettale nonchè alla diminuzione del tono a riposo dei muscoli che stabilizzano la colonna.

Che dire? Se dovesse capitarvi di partecipare a qualcuno dei miei workshop sarò ben lieto di accompagnarvi in un giro di perlustrazione attorno alla zona del cuore e delle spalle per constatarne lo scambio continuo di informazioni con mani, braccia e collo e di esplorare le meravigliose declinazioni del gran dentato, del diaframma e di altri apparati per connetterci con la nostra fisicità  percorrendo gli insospettabili corridoi che mettono in comunicazione parti del corpo apparentemente lontane fra loro.

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