ASCOLTARE IL CORPO E VIVERLO – APPUNTI DI LABORATORIO (PARTE 2°)

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Ecco qui altri elementi estratti dagli appunti di alcuni dei miei workshop e delle mie performance, sequenze di raffronto, analisi e sviluppo in un ambito che non smette mai di arricchirsi e trasformarsi.

IL RISO E IL PIANTO

“<…e senza più espiazioni affronteremmo la nostra verità. La gioia e la tristezza sono facce della stessa medaglia. Come il riso e il pianto espressioni di una verità che si rivela all’improvviso. Come il chiaro e l’oscuro che sono in noi. Come il fluire stesso delle cose>.

Volutamente, in questo settimo quadro, ho cercato di evocare il Cristo spirante quale metafora dell’espiazione, cercando di rappresentare la drammatica verità del sabotaggio che fin troppo frequentemente perpetriamo nei confronti della nostra stessa integrità, nell’insano e inutile tentativo di riscattarci da colpe mai commesse.  Dare asilo a quei demoni e al nostro fango ci consentirebbe, accogliendo le istanze più autentiche e profonde del nostro essere, di smorzare le disfunzioni sul nascere, quasi come un percorso terapeutico. Non dimentichiamo che attraverso i recettori disposti sulle membrane cellulari, il corpo prova emozioni ovunque, anche lì dove non lo immagineremmo affatto. D’altronde questa emozionalità corporea è un’acquisizione clinica fin dai tempi antichissimi finalmente accolta dai più recenti approcci sistemici. L’inadeguatezza nei confronti di modelli culturali fuorvianti finisce per minare l’autostima di questo organismo emozionale improntato sulla cooperazione fra i sistemi. Il corpo così, non comprendendo un contesto sociale fondato sulla prevaricazione e l’ostentazione, finisce per non riconoscere sè stesso mettendo in atto un costante auto sabotaggio. Ma in fondo è la soluzione meno impegnativa: l’opera di restauro globale e la capacità di fluire liberamente nella pienezza della propria autonomia richiederebbero uno sforzo immane. Si ride o si piange allora, quando gli avvenimenti ci pongono di fronte alla possibilità di salire qualche gradino della nostra scala evolutiva. Ma come riconoscere la verità che ci appare a volte celata dietro una cortina di gioia o di dolore? Bisogna abbandonarsi, essere umili, fiduciosi e compassionevoli, ma soprattutto ascoltarsi senza mentire a sè stessi. Non siamo fatti bene o male, abbiamo solo diversi livelli di consapevolezza. Ma è proprio in preda a queste incertezze che entriamo in conflitto con noi stessi, il corpo si restringe e la postura si arrocca dentro schemi difensivi, le tensioni dello spirito lasciano tracce dentro e fuori, e quasi sempre ritorniamo a fare gli stessi errori perché probabilmente è l’unico territorio conosciuto all’interno del quale ci sentiamo al sicuro. E il sabotaggio si innesca lentamente predisponendo i sistemi del corpo alla malattia.

(da ‘UN CORPO POVERO studio sulla maschera neutra’ di Gerardo Martino, foto di Eugenio Messia. Al Blu di Prussia, Napoli, maggio 2012. Relatori: dott.ssa Maria Gabriella Bruno biologa, posturologa, naturopata, fisioterapista; dott.ssa Imma Pempinello direttrice Al Blu di Prussia; dott. Maurizio Di Mauro direttore sanitario Seconda Università di Napoli; dott.ssa Concetta Miele ginecologa, sessuologa, psicoterapista; dott. Vincenzo Montesarchio primario reparto oncologia Aorn Ospedali Colli Cotugno Napoli; Mario Caruso giornalista scientifico)

DILATARE IL TEMPO

“..e l’azione non si ferma lì dove il gesto si arresta nello spazio ma sembra continuare molto più avanti. Distensione e ritrazione agiscono simultaneamente contrapponendosi l’una all’altra e il corpo si carica di vitalità quasi senza muoversi, fortemente presente pur apparentemente immobile. Le braccia, le dita, il collo, il tronco, gli arti inferiori si tendono cercando di resistere a una forza che li obbliga a flettersi e viceversa. Così la potenza espressiva è il risultato della sintesi, dell’omissione del superfluo e della differenza di potenziale che si genera. In uno spazio così ristretto si concentra un’azione che impiega un’enorme energia. E torni ad essere abitato da percezioni fisiche che ti confermano che sei sulla strada giusta perchè solo una piccola parte delle energie viene impiegata nello spazio, quasi tutta invece è utilizzata nel tempo, come a volerlo dilatare.”

(Dal modulo ‘MUOVERSI NEL CORPO ANCOR PRIMA CHE COL CORPO’ del workshop intensivo ‘IL CORPO COME POESIA E STRUMENTO TERAPEUTICO’ di Gerardo Martino – teatro Gregorio Rocco, Sant’Anastasia, Napoli, maggio 2014 – Performer Gerardo Martino, foto di Eugenio Messia).

RELAZIONARSI CON L’AMBIENTE E AMPLIARE LO SPAZIO VITALE

“Perchè ambasciatrici del cuore si riveleranno le spalle in ogni attimo della performance e sarà proprio da qui, dove le clavicole si parlano senza toccarsi, che comincerai a sentire distendersi la pelle di tutta la parte anteriore del corpo, come se i pori si aprissero fino alla pancia, fino alle tibie, fino alla fronte. E quella bacchetta diventerà ancor più leggera, comunicando percorsi più facilmente decifrabili, mettendoti in relazione con l’ambiente, ampliando il tuo stesso spazio vitale e accordandosi con il corpo, donando e ricevendo energia. E grazie al nuovo utilizzo dei piedi e allo sguardo aperto, acquisiti entrambi nelle precedenti esplorazioni, varierai di continuo le modalità percettive orientandoti ora a terra, ora nello spazio. E potrai spingerti finalmente al limite senza pagare un prezzo elevato perchè sarà la partitura stessa a suggerirti quando e come ritornare nella tua costanza. E così, come l’assenza di note sarà ancora musica, l’assenza di compressioni sarà rinnovato vigore. Se le pause della partitura saranno espansione dello spirito, gli spazi che avrai scoperto nel corpo saranno espansione dei sensi. Integrando queste tecniche di tensegrità con le abilità precedentemente acquisite riuscirai finalmente, attraverso l’uso consapevole dei piedi e il sostegno del corsetto interno, a far galleggiare le costole, a sentire il respiro nella schiena e a gestire quella bacchetta senza stringere il petto. E in quei silenzi avrai l’impressione di entrare in contatto con ciascuno degli orchestrali come se ricordassi ogni loro vissuto; e in quella nuova articolarità sentirai ciascuna parte del corpo entrare in sintonia con le altre. Così come la musica è in rapporto continuo col silenzio, la tua corporeità e la tua pienezza sono in costante interazione con i vuoti e le distanze che cerchi di ritrovare ogni volta che dirigi. Se adesso mi accompagni a passeggio per la stanza cecheremo insieme di mettere a punto una tecnica efficace per ottimizzare la visione periferica che, assimilata alle precedenti sperimentazioni, contribuirà a rendere più familiari tutte le pratiche di cui ti sei impadronito finora.”

(da ‘IL DIRETTORE D’ORCHESTRA E LA PRATICA DEL CORPO’ di Gerardo Martino)
(immagine Sergio Mura Rossi – Direttore d’orchestra – olio su tela)

DAL SENO DEL TARSO ALL’ELICA DEL CORPO

“Si può abitare un corpo che occupa molto spazio ed essere compressi o vivere in un corpo poco ingombrante ma in grado di espandersi, come pure stare in un corpo grande capace comunque di farsi lieve o essere minuti pur sentendosi un rovo di spine. La seconda e la terza sicuramente sono le condizioni più salutari in quanto conferiscono alla nostra fisicità la capacità di ascoltarsi al di là della pienezza, di vedere oltre il confine materiale, di cercare gli spazi interiori, di essere articolati nel profondo e possedere una perfetta organizzazione della forza in un continuo equilibrio fra tensione e decompressione. Perché non è vera forza se non è organizzata e non è vera elasticità se non è articolata. Dal momento che il nostro sistema cibernetico si sviluppa fondamentalmente sul piano trasverso, il sodalizio fra tensione e integrità, solo in apparenza antitetiche, ottimizzerà la spiralità del corpo autentica intermediaria della forza di gravità. Il risultato? Interconnessione meccanica e funzionale, leggerezza, resistenza e flessibilità nonché un respiro tridimensionale. E senza rendercene conto stimoleremo l’energia dell’organismo sviluppando capacità insospettate su tutti i fronti ricordando al corpo quanto sia possibile autoregolarsi. L’archetipo geometrico dell’evoluzione è la spirale poiché è sul piano trasverso che si sviluppa prevalentemente l’antigravitarietà del nostro sistema cibernetico. Le traiettorie elicoidali ci consentono la stabilità dinamica in quanto sono curve che si accrescono senza cambiare forma. Questa geometria perfetta ed efficiente che sottende i moti naturali ci conferisce, attraverso le diagonali e le spirali con cui il corpo dovrebbe spontaneamente esprimersi, armonia nei movimenti, un portamento sano e un’eccellente riorganizzazione neurologica.  Visto che abbiamo focalizzato l’attenzione sul contatto del piede col pavimento, scopriremo adesso come    grazie all’articolazione astragalo calcaneare, la spiralità dei nostri movimenti si trasferisca dal piano trasverso al piano frontale. Esattamente qui, in questa fossetta sul dorso del piede denominata seno del tarso, che ha sede la valvola di trasmissione fra il retropiede e l’avampiede. Se ci fate caso supinando il piede la fossetta tende quasi a scomparire, caricando invece sull’interno e imprimendo pertanto un movimento di pronazione, la fossetta tenderà ad accentuarsi. Entrambi gli eccessi sono deleteri per il nostro equilibrio e la nostra deambulazione. Se camminiamo caricando sull’esterno del piede, come stiamo facendo adesso, notiamo immediatamente che la parte alta del corpo reagisce ondeggiando da un lato all’altro; se carichiamo in quest’altro modo sul bordo interno, ci accorgiamo che il corpo tende ad andare verso il basso con una propensione a collassarsi nella pancia e nel pavimento pelvico. Se invece, come vi ho proposto nel precedente esperimento, ci concentriamo sulla possibilità di allungare tutti e tre gli archi del piede accogliendo il massaggio che il pavimento esercita su tutta la pianta e attivando una leggera contrazione della zona sotto ombelicale, il bacino si muove spontaneamente sui tre piani dello spazio articolandosi con maggiore naturalezza con le spalle, le ginocchia si distendono e le anche si estendono ad ogni passo sollevando il cuore e aprendo le costole. Bene, registriamo e metabolizziamo questa sensazione di apertura e articolarità perché ci accompagnerà per tutto il lavoro dinamico che faremo ogni volta che sperimenteremo una sequenza in posizione eretta, e i piedi ci accompagneranno con lo stesso tipo di contatto per tutta la durata delle evoluzioni anche quando useremo la voce”.

(Da ‘SPIRALIBIODINAMICHE versione BOLD’ a cura di Gerardo Martino body worker, personal trainer, voice trainer, performer, Responsabile Nazionale IPS Wellness Posturale, agosto 2016, Masseria Pilano, Crispiano (TA) (immagine Joan Mirò, “I due amici”, 1969, acquaforte, acquatinta e carburo di silicio)

FISSAZIONI, ORIENTAMENTO E SCHEMI PERCETTIVI: ILEOPSOAS GRANDE ALLEATO

“Abbiamo appena visto come lo psoas fletta l’anca quando il punto fisso è l’origine e come invece fletta la colonna quando il punto fisso è l’inserzione, ma questo molti di voi lo sapevano già. Abbiamo anche sperimentato come durante l’esecuzione di un crunch addominale sia impossibile inibire il suo coinvolgimento in quanto il corpo ragiona secondo il principio delle catene muscolari, pertanto attiverà tutta la catena di flessione reclutando contemporaneamente lo sternocleidomastoideo, il gran pettorale, il retto dell’addome, il retto del femore e inevitabilmente l’ileopsoas.  D’altra parte essendo il grande psoas un importante muscolo stabilizzatore vi consiglio vivamente di assecondare questa sua peculiarità e quindi di allenarlo insieme al “core”. Ha sorpreso alcuni di voi invece scoprire come, con l’alterazione delle curve fisiologiche, questo muscolo possa invertire la sua funzione, ma è una delle straordinarietà del corpo umano giusto? Se siamo in normo postura e quindi con la fisiologica lordosi lombare, la sua contrazione fletterà la colonna in quanto i suoi tiranti passano davanti ai corpi vertebrali, se invece siamo in iperlordosi, passando i tiranti dietro le vertebre, certamente la estenderà. E’ necessario pertanto calibrare il lavoro sullo psoas quando siamo in presenza di soggetti iperlordotici, e a questo proposito alla fine vi mostrerò un piccolo test per valutare il rapporto di forza fra retto dell’addome e ileopsoas. Quello che invece moltissimi di voi ignoravano fino a poco fa era che, in base alle fissazioni croniche nel suo punto di origine o di inserzione, può condizionare il nostro modo di orientarci alterando la nostra dinamica sensoria, gli schemi percettivi e l’equilibrio strutturale.  Sono contento che queste mie due differenti “camminate” vi abbiano sbalordito ed entusiasmato nello stesso tempo. E’ inevitabile che fissando eccessivamente il suo punto d’origine si cammini quasi scollegati dal suolo, mentre inchiodando la sua inserzione non si riesca ad orientarsi bene nello spazio. Un’eccessiva fissità nella dodicesima vertebra dorsale creerà tensioni nel diaframma e nella parte superiore del tronco; se invece riguarderà il trocantere genererà tensioni croniche nel bacino e nella zona lombare. La risultante sarà che i due psoas anziché rimanere due bretelle che collegano gli arti inferiori al busto si trasformeranno in due tronchi che ci imprigioneranno in una sola modalità di orientamento. Nella pratica che segue sperimenteremo la possibilità di abituare lo psoas a trasformarsi in un potente alleato delle nostre possibilità di orientarci affinando la sua capacità di scegliere a piacimento se propendere per il suolo o per lo spazio.  Questo ci renderà liberi di passare da una condizione all’altra indiscriminatamente innescando nuovi automatismi ma soprattutto un nuovo piacere cinestetico. Tutto ciò ci darà anche una mano a comprendere perché secondo alcune scuole di pensiero lo psoas sia definito ‘il muscolo dell’anima.”

(da ‘DIALOGARE CON LO PSOAS’ a cura di Gerardo Martino, workshop intensivo di consapevolezza corporea per operatori del movimento, operatori del benessere e di discipline bionaturali, atleti e danzatori – gennaio 2018, Accademia Fuori di Danza, Locorotondo (BA) (immagine: Prospettive – pastello di Flavio Lappo, Oniricon)

CRONICO NON E’ IL TUO DOLORE

“Poiché cronico non è il tuo dolore, né la tua malattia. Ciò che definisci cronico ha bisogno in ogni istante di energia per continuare ad alimentarsi ed esistere. Prova a utilizzare quell’energia in un altro modo, per esempio in direzione della guarigione. Tutto quello che tu credi ti manchi dimora già in te ma non sei stato ancora in grado di riconoscerlo. Perché sei ammalato di amore non dato. E quanti più doni hai ricevuto tanto più sei responsabile. Non è una colpa la tua, piuttosto una mancanza. Lo spreco di te stesso e del potenziale delle tue risorse, siano esse interne che esterne. Talenti, doti genetiche, capacità di apprendere o di provare sentimenti, ricchezze materiali o ruoli sociali. La mancanza del realizzare l’essere che potresti diventare. Ma solo se interromperai la sequenza reiterata dei tuoi comportamenti smetterai di raccattare nuovamente ciò di cui ti lagni conquistando un livello di coscienza superiore.”

(da ‘IL CORPO PSICHEDELICO improvvisazione i 8 quadri’ – Testi ed Azioni di Gerardo Martino body worker, personal trainer, voice trainer, performer, attore, compositore, autore– Musiche e Suoni di Camillo Pace contrabbassista, compositore, cantautore, etnomusicologo – aprile 2018 Festival della Psiche – Martina Franca)

LACRIME NUOVE

“Così, con lo sguardo fermo e ponderato, ti lascerai alle spalle la boscaglia delle idee preconcette, realizzando che tutto il tuo sapere è nulla se non sai dubitare e trasgredire, se non coltivi l’intuizione e l’osservazione, se non sperimenti sul campo meraviglia ed emozione. E che se comprimi il tuo cuore offendi la capacità di accenderti e distruggi in un baleno tutto ciò che hai imparato. E all’improvviso, solo quando avrai affinato la grandezza di accoglierle, lacrime nuove solcheranno il tuo viso, segno tangibile di una gioia evolutiva e dell’inedito sentiero che impavido percorrerai. E al di là di ogni retorica, sfoggio ed ambizione, porgerai in un piatto d’argento la tua conoscenza e il tuo talento, fornendo strumenti e infondendo fiducia, prestando fede al tuo antico giuramento. La scienza e l’arte, in fondo, sono entrambe figlie del sogno e proiezione della speranza.”

(Da ‘LA DANZA DELLE SPADE’ di Gerardo Martino – fra Grotowski, Decroux, l’ antropologia teatrale e la riprogrammazione posturale attraverso l’ arte del corpo – Performer Gerardo Martino, foto di Eugenio Messia).

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