Tag

, , , ,

Photo credit: Diana Mehrez / Foter.com / CC BY-NC-ND“La guardava suonare quel pianoforte con una grazia e un vigore tali che non riusciva a capire come, pur così fragile e minuta, potesse sprigionare tutta quella energia senza scomporsi più di tanto; e da seduta non solo non sembrava poi così piccola ma era quasi come se fosse cresciuta in altezza. E che suono! Un colore e un’ espressività ineguagliabili! E lui? Macchè! Dalla sua viola uscivano suoni talmente imbrigliati che lui stesso si sentiva come in una pressa e faceva così tanta fatica che iniziò a scoraggiarsi pensando  che forse non sarebbe stato capace di arrivare al giorno del concerto. All’ improvviso si ricordò dei consigli di quel body worker e di quel maestro che gli avevano un po’ rivoluzionato gli schemi abituali. Avvicinò leggermente i piedi, cercò il contatto delle dita col suolo, creò spazio tra gli ischi liberando il pavimento pelvico; si accorse così di respirare meglio, le spalle erano rilassate ed era scomparsa quella fastidiosa tensione nella mandibola; adesso assecondava col corpo lo strumento ma senza fatica anzi, quasi danzando; le dita sulle corde scivolavano energiche ma con leggerezza. Ora sì che la sua viola suonava anzi, cantava! La pianista gli sorrise e lui si sentì al settimo cielo. Terminate le prove si accorsero che mai come quel giorno erano riusciti ad eseguire la suite così in sintonia”

Ma davvero un appoggio diverso dei piedi o un modo nuovo di stare seduti, più spazio tra le articolazioni e una maggiore consapevolezza corporea possono cambiare il suono di uno strumento? Certo che sì! Considerate che la consapevolezza corporea tende a svanire quando ci concentriamo sull’esecuzione di qualcosa. Ma per assurdo è proprio in quel momento che abbiamo bisogno non solo di un sostegno, ma di una più efficiente trasmissione degli impulsi nervosi. E noi che facciamo? Cerchiamo il sostegno nelle zone sbagliate, comprimiamo i segmenti del corpo e blocchiamo l’energia. Per un cantante o per un attore sarà più facile averne la percezione visto  che, come ho spiegato nello scorso blog, la voce ha a che fare col corpo, ma uno strumentista potrebbe avere qualche difficoltà.

Il corpo si esprime proprio come un’ orchestra. Per coglierne il senso bisogna far luce sul concetto di catene muscolari. I muscoli si organizzano per catene che assumono un tono preferenziale. Disposte lungo l’ asse longitudinale del corpo alcune flettono, altre stendono, aprono, chiudono o effettuano piccoli spostamenti; come dire tutti gli archi, tutti gli ottoni, i legni o le percussioni con la loro specifica partitura. C’è una differenza però, nel corpo non esistono gli assoli perchè la macchina umana non concepisce il movimento ma l’azione, il progetto globale. E’ come se un violino non potesse suonare senza l’ orchestra. Ogni muscolo per esprimersi ha bisogno di antagonisti, fissatori, stabilizzatori ed altri colleghi. Che c’ entra questo con la postura e la qualità del suono? E’ presto detto: manca il direttore d’ orchestra! E’ lui che determina l’ espressività e il colore e mette i musicisti in relazione fra loro; basta uno sguardo e le prime file dell’ orchestra si armonizzano con le ultime. Nel corpo questo compito è affidato al tessuto connettivo, il vero e proprio organo della postura! Conosciuto anche come “fascia”, avvolge, divide e separa ogni cosa, muscoli, vasi, organi e tutti i tessuti fino a formare contenitori distinti per ogni cellula, un po’ come la pellicina degli agrumi che li avvolge, poi li divide in spicchi e, man mano che si assottiglia, in parti sempre più infinitesimali pur continuando a custodirle. La fascia rappresenta perciò una fitta rete di comunicazione tra zone del corpo apparentemente lontane, un po’ come internet. Chi ha dato uno sguardo al mio libro UN CORPO POVERO studio sulla maschera neutra, avrà notato che è anche una grande metafora del tessuto connettivo.

Immaginate la fascia come un insieme di contenitori di cellophane per alimenti. E’ necessario che gli alimenti (in questo caso muscoli, ossa, articolazioni, organi, ecc.) non siano troppo compressi e che allo stesso tempo ogni contenitore possa scivolare sugli altri. Morale della favola, se gli involucri sono scivolosi consentono alle strutture adiacenti di scivolare l’una sull’ altra ad ogni respiro e ad ogni movimento e questo si traduce in una minore compressione tra le articolazioni, migliore funzionalità organica e circolatoria ma soprattutto maggiore efficienza del sistema nervoso nel coordinare il movimento. E per un musicista fa una grossa differenza. Parola di trainer e di musicista! Ma ora viene il bello. La sostanza fondamentale della fascia grazie alla propria umidità propaga impulsi bioelettrici in tutto il corpo. Contiene inoltre cellule muscolari molto simili a quelle che rivestono l’ apparato digerente e che perciò rispondono ai comandi del sistema nervoso autonomo (quello che ci fa somatizzare per intenderci). Ad ogni stress di tipo fisico, ambientale e, badate bene emozionale, l’ impulso bioelettrico viene alterato e la fascia si ritira chiudendo la postura e interferendo con lo scorrimento dell’ energia lungo i meridiani energetici che hanno lo stesso decorso delle catene muscolari. Ma proprio nel punto dove c’ è compressione e assenza di scivolamento il cervello per difesa comanda di produrre più fascia e tessuto fibroso (aderenze e callosità). E’ un gatto che si  morde la coda: più siamo in retrazione più continuiamo a retrarci producendo dolori articolari, tensioni muscolari e condannando il corpo a una mancanza di articolarità.

Chiarito pertanto che la fascia è anche un organo di comunicazione (e di comunicazione tra i sistemi, ma questo lo vedremo in uno dei prossimi blog) è facile comprendere perchè molti fiati che hanno problemi di udito a causa delle percussioni alle spalle, attraverso il connettivo trasmettono tensioni al diaframma e alle mani; o il motivo per cui le ultime file degli archi che hanno spesso dolori al torace per le forti vibrazioni provenienti dai fiati, diramano tensioni a collo, spalle, braccia e mani; o perchè  ancora molti orchestrali a causa di una illuminazione spesso insufficiente trasmettono a tutto il corpo le tensioni provenienti dagli occhi e dal cranio. E se per un attimo abbandoniamo la visione meccanicistica dell’ attuale medicina realizzeremo finalmente come i blocchi psicosomatici che affliggono spesso un musicista a causa dello stress emotivo cui è continuamente sottoposto, il rapporto simbiotico con lo strumento e tutte le sue implicazioni, nonchè il proprio vissuto e il suo universo interiore possano propagare le tensioni ovunque imprigionando la postura in una ragnatela senza  vie di fuga. Ora, poichè la postura è un fatto dinamico e non una posizione da assumere,  e poichè il musicista, proprio in virtù del suo rapporto simbiotico con lo strumento deve poter assecondare l’ esecuzione partecipando con tutto il suo essere, un programma di rieducazione posturale e di consapevolezza corporea gli consentirà non solo di non cercare sostegno nelle zone sbagliate del corpo ( in certi casi ancorandosi addirittura allo strumento), ma persino di trasformare  il suono grazie a un vigore, una lucidità e una articolarità mai conosciute nonchè  a una capacità di ottimizzazione  soma-psiche  che il corretto fluire dell’ energia gli conferiranno.

Riprogrammare il corpo vuol dire metterlo con le spalle al muro, impedirgli di trovare insidiosi compensi che, in un primo momento sembrano darci sicurezza, ma alla lunga ci privano di ogni energia cronicizzandoci in una fitta rete di retrazioni anche dolorose. Consapevolizzarlo significa fornirgli le chiavi per usare nuovi appoggi e sicurezze, soluzioni alternative  per posizionarsi senza creare tensioni o disfunzioni. Il bravo musicista diventerà così artefice anche della musica del corpo assecondando il crescendo e il diminuendo, l’intensità e l’equilibrio non solo del brano musicale ma della propria fisicità. E pur cambiando continuamente la propria posizione nello spazio, consentirà al corpo di ritornare ogni volta nella sua costanza, nella sua omeostasi e nella sua fisiologia . Ma questo lo vedremo  quando approfondirò l’argomento  del connettivo come organo di comunicazione tra i sistemi e dell’ approccio globale alla salute.

Photo credit: Diana Mehrez / Foter.com / CC BY-NC-ND

Annunci