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Terrena e spirituale è quella donna africana che col suo incedere regale trasporta  un cesto di vimini pieno zeppo di frutta tenendolo in perfetto equilibrio sulla testa.

11639707_704059686406331_352844641_oE’ una figura ormai diffusa nell’ immaginario collettivo ma ciò che molti non sanno è che quella donna, incantevole connubio di gioia e fatica, sacrificio e armonia, non soffre di problemi cervicali e mai ne soffrirà. Per riprendere da Nietzsche, come anticipai la volta scorsa col suo aforisma “C’è più ragione in questo tuo corpo che nella tua miglior sapienza”, la ragione di quel corpo sinuoso che sembra non conoscere le algie articolari risiede nella eccezionale abilità di negoziare con la forza di gravità. Ma è un’ attitudine naturale, frutto non di un calcolo o un comando volontario, piuttosto di una percezione indotta da stili di vita in sintonia coi ritmi della natura. Quella donna ‘ha sempre avuto coscienza’ di come quel filo gravitazionale che le attraversa il corpo non sia una posizione da mantenere nello spazio ma un’ attività dinamica affidata alla percezione, e non c’è scuola di posturologia che debba insegnarle come stare al mondo.  E poi, osservate i suoi piedi, è un contatto sensibile quello che instaurano col terreno, non meccanico o procedurale. Guardate come sostengono le pelvi, sollevano il cuore, erigono il capo. E’ come se dicessero “noi siamo radicati nella nostra storia e nella nostra verità accettando noi stessi, il nostro vissuto, i nostri limiti e le nostre speranze”. Lo stesso Alexander  Lowen, padre della bioenergetica, paragonando noi esseri umani agli alberi sosteneva che più siamo radicati al suolo  più possiamo protenderci verso il cielo, e sradicare un individuo uccide la sua spiritualità così come sradicare un albero fa morire le sue foglie.

In un quadro del mio ‘UN CORPO POVERO studio sulla maschera neutra’ così riferisco: “La verità è che per tenere a bada  gli istinti abbiamo perso l’ istinto, quello sano, quello che ci fa riconoscere cosa è giusto o sbagliato per noi, cosa fa bene alla nostra salute, al nostro equilibrio, alla nostra salvezza”. Ebbene, quella donna africana, erede di una cultura tribale, una cultura in cui il civismo e non il familismo amorale, la sacralità e la ritualità del lavoro, della festa, del cibo  e non l’ ostentazione o la prevaricazione erano i cardini di un’ esistenza priva di paure per il futuro, quella donna dicevo, non ha smarrito il suo più salutare istinto che la ricongiunge nello stesso  istante al cielo e alla terra, ai bisogni primordiali e alla necessità del divino.

Ed è proprio attingendo dalla cultura tribale che, nel corso dei tantissimi anni dedicati al teatro antropologico, al linguaggio del corpo, alla vocalità, al fitness e poi al wellness, nonchè alla rieducazione posturale e alla consapevolezza corporea, approfondendo la danza africana, le tecniche extraquotidiane del corpo e i ritmi tribali, ho elaborato il TRIBAL, una sorta di allenamento globale con movenze e tecniche estrapolate dalla  gestualità tipica non solo della danza africana, ma anche da quella degli indigeni della Polinesia, e poi dai riti di propiziazione guidati dagli sciamani di tanti altri popoli della terra, dalla Siberia agli indiani d’ America o ad alcune popolazioni asiatiche, andando a pescare persino negli antichi teatri orientali e nell’ antico teatro di Dioniso.  Una miscellanea vera e propria di contaminazioni e fusioni anche se l’ elemento predominante è sempre la danza africana. Se consideriamo che lo stesso hip hop è figlio delle danze che gli schiavi di colore praticavano nelle piantagioni di cotone, è inevitabile  imbattersi anche in alcune figure tipiche delle danze metropolitane,  naturalmente con ritmi non sincopati e movenze più primitive e propiziatorie. Ed è come se dal cuore dell’ Africa nera o da lontane isole del Pacifico i riti apotropaici prendessero vita ai ritmi della musica percussiva.

Il TRIBAL è un allenamento, è energia pura, è fatica e divertimento ma è anche un’ esperienza liberatoria; è cultura, è interazione con gli elementi della natura rivisitati e rivissuti nel corpo attraverso un racconto sempre diverso che codifico ogni volta  con sequenze  raggruppate in conteggi di 8 bpm o di multipli e sottomultipli. Il radicamento al suolo, tipico delle danze primitive, ci tiene saldamente ancorati alle nostre radici e alla terra simbolo di fertilità, prosperità, sopravvivenza. La proiezione verso il cielo, il cosmo e le divinità, e la gestualità apicale scandiscono, insieme alla musica, la tensione del continuo divenire e sanciscono la ritualità del gruppo, del clan, della tribù.

Dal punto di vista energetico è coinvolto prepotentemente il 1° chakra, ma vengono ovviamente stimolati tutti gli altri grazie al fluire della forza di gravità lungo l’ asse longitudinale del corpo. Il 1° chakra interessa particolarmente i piedi e gli arti inferiori e governa le ghiandole surrenali responsabili della territorialità e della sopravvivenza, della voglia fisica di essere e di appartenenza al piano materiale, dell’ energia primordiale. Piedi e gambe allora, attraverso il movimento, purificano e rivitalizzano quel chakra delimitando il nostro territorio e ritagliandoci un profilo che ci separa e ci divide dagli altri, ma la danza, il training e la fatica tracciano percorsi di solidarietà e ci rendono, pur nella nostra unicità, uguali a tutti gli altri accomunandoci al gruppo in una sorta di metafora della fusione tra etnie e culture diverse. Il risultato è affidato all’ interpretazione personale e le tensioni del corpo svaniscono, l’ energia scorre libera attraverso la rete connettivale che tiene uniti i nostri sistemi, la creatività vivifica e rafforza l’ Io in un contesto di condivisione e solidarietà. E non credo di esagerare quando dico che, come d’ incanto, qualcosa di invisibile e sconosciuto all’ improvviso diventa tangibile materializzandosi in una vibrazione collettiva. Magia della musica, mistero del gruppo o  rito collettivo? Potrebbe essere il frutto della “risonanza” e, anche se questo è un concetto che appartiene più alla fisica quantistica che ai nostri stereotipi, è ormai risaputo che le le nostre particelle subatomiche interconnettono con quelle di chi ci sta vicino. Pertanto, se da una parte l’ autostima generata dalla creatività interpretativa e il contesto di ritualità innescano una cascata ormonale positiva grazie all’ interazione tra i sistemi del corpo (tramite il sistema limbico si attivano dopamina e serotoniana mentre ipotalamo, ipofisi e immunitario si organizzano per il benessere), dall’ altra si crea un vero e proprio anello energetico fra i partecipanti e ad un certo punto si ha quasi l’ impressione di poterlo toccare con mano.

Non c’è che dire, se il codice elementare attraverso cui si esprime la musica è la nota, quello della pittura il segno, quello della poesia la scrittura, quello della danza il gesto e via discorrendo, il codice con cui si esprime il corpo con tutti i suoi componenti anatomico-viscerali-emozionali sembra davvero essere la “vibrazione”. Questo fa sì che il corpo stesso, tempio con una sua sacralità intrinseca, si manifesti esattamente come un’ opera d’ arte in movimento e, attraverso i recettori disseminati sulle membrane cellulari, provi emozioni ovunque (non solo nella testa o nel cuore)! Se poi grazie alle torsioni, alle spirali e alle ondulazioni si reimpadronisce della sua voglia naturale di muoversi ritrovando forza, grazia e potenzialità di cambiamento il gioco è fatto! Capacità motorie sensoriali e spazio temporali attivate al massimo e comunicazione tra i sistemi stimolata positivamente. La forza di gravità, che da una parte ci comprime e dall’ altra ci alimenta, in seguito a una ritrovata polarità fra cielo e terra può diventare un semplice rapporto tra la nostra materia e quella del globo terrestre, quasi come una sorella o un angelo custode.

E giusto per evitare di essere frainteso, non è una tecnica di autoguarigione o di risoluzione delle disfunzioni fisiche  o altro ma semplicemente uno dei possibili approcci al benessere attraverso il movimento.  Anche qui è indispensabile un richiamo all’ inutilità dei comandi volontari per migliorare la nostra condizione e al rischio spesso celato dietro gli impulsi  della corteccia cerebrale. Jerzy Grotowski riferendosi ai suoi attori parlava di un “corpo deciso”. Così come deciso è il corpo di chi non è diviso fra il “volere” e l’ “esprimere”. Finchè “vorrà esprimere” sarà vittima di nuove retrazioni, ma quando ricorrerà alle sensazioni cinestetiche che una percezione più profonda può regalargli sarà libero di “esprimere” e basta. E quindi di “essere” aggiungerei.

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