POSTURA, SIMMETRIA, PARADOSSI E CREATIVITAUn’ iperbolica espansione del tempo in uno spazio così ristretto! Sconcertato ma affascinato, spaventato ed eccitato come un bimbo che prova un gioco pericoloso, appena entrato in quell’ ulivo diviso da se stesso sino a formare un anfratto in grado di ospitarmi, il primo impulso fu quello di uscirne immediatamente ma, annichilito, rimasi inchiodato lì per una manciata di secondi che sembrarono  davvero un’ eternità. Canti di donne e vociare di braccianti, urla di guerrieri, lamenti di venti infuocati, fragore di pioggia e di tuoni… in quel buio repentino, come in un rewind, immagini inconsuete solcarono la volta misteriosa di quella pianta secolare che continuavo a fissare forse col timore inconscio di scoprire qualche pericoloso visitatore del mondo animale; in realtà cercavo di imprimere nella retina quei volti segnati dal dolore,  quegli sguardi di complotti e menzogne, quegli abiti di epoche lontane, quei sorrisi e quelle abili mani, quegli scambi di mercanzie, quegli occhi a volte affaticati, a volte avidi oppure colmi di lacrime; passione, miseria, schiavitù, abbondanza, festa, ritualità. Come quando, cosciente di sognare, fai appello a tutte le tue energie per riuscire a svegliarti da un sogno e un sonno che ti attanagliano, mi sottrassi finalmente a quel vortice ipnotico e, tornato nella realtà, osservai l’ ulivo dall’ esterno.  Le sue radici così ancorate al terreno non gli avevano impedito di espandersi al mondo, tutt’ altro! Gli avevano conferito una tensegrità in grado di consentirgli di scindersi da se stesso pur rimanendo immutato nella propria “arboreità”, quasi come a volersi sottrarre dal suo stesso destino bioenergetico senza smarrire la sua collocazione. Nel dividersi da se stesso era rimasto integro, non si era arroccato, si era proteso aprendosi a tal punto  da accogliermi dentro di sè. Quanto tempo ero rimasto al suo interno? Di sicuro meno di 20 secondi ma mi erano bastati per avere illuminanti conferme sui misteri della nostra postura e non solo.

Eravamo ancora embrioni assolutamente sprovvisti di muscoli quando la dinamica degli organi e del sistema cranio sacrale attivava forze misteriose da cui ancora oggi dipende la nostra postura.

Non possiamo occuparci di quest’ ultima con la presunzione di cercare la simmetria. Il corpo non è simmetrico, ha due lati differenti in quanto è la struttura interna delle sue due metà che è diversa. Tutti gli organi sono posizionati asimmetricamente nelle cavità che li alloggiano. Lavorare sulla postura pertanto significa equilibrare il corpo nella sua globalità per ambire non tanto alla simmetria, che può comunque essere cercata nella sua relatività, quanto a un equilibrio fra l’ interno e l’ esterno.

L’ armonia di un corpo in cerca dell’ espansione e dell’ autodecoaptazione garantirà un lavoro più in profondità e meno in superficie con un inevitabile bilanciamento fra i muscoli flessori ed estensori, conferendo una forma nuova all’ apparato locomotore e un movimento più fisiologicamente in sintonia con gli organi.

POSTURA, SIMMETRIA, PARADOSSI E CREATIVITAE quell’ ulivo, radicato e proteso, mutevole ma sempre uguale a se stesso, immutato pur forgiato dal vento, attraverso la sua possente simbologia e la sua regalità ci riconduce, con un’ armonia senza eguali, alla sacralità del corpo. Nonostante il fuoco interiore che sembra vivificarlo rendendolo  simile a un’ anima dantesca in pena, quella pianta ci offre una calma terrena, spirituale, essenziale, riconciliandoci con la nostra storia, le nostre ferite, le nostre gioie. Abbiamo visto negli scorsi articoli come la “fascia”, il tessuto connettivo per intenderci, costituisca un vero e proprio organo della postura ritirandosi ed “arroccandosi” ad ogni “offesa” strutturale, ambientale, viscerale o emozionale, alterando l’ impulso bioelettrico e tappezzando il corpo di retrazioni e fissazioni che si cronicizzano per l’ iperproduzione di tessuto fibroso. L’asse centrale del corpo, spesso identificato con un filo a piombo gravitazionale, in realtà non è una posizione da mantenere nello spazio ma un’ attività dinamica basata sulla percezione, come dinamica è la postura. La gravità organizza la nostra esistenza e non attraverso un atto di forza riusciamo a farcela amica, bensì trasformando il rapporto tra la nostra materia e quella del globo terrestre da un conflitto in un’ armonia. E come l’ulivo si articola, si tende, esprime, rappresenta, incarnando immagini sempre diverse, noi possiamo fare arte con ogni parte del corpo cercando di sottrarci alle compressioni e alle implosioni gravitazionali. Ecco come la creatività  ci viene in auto e perchè insisto nell’ integrare ogni training posturale con alcuni protocolli di espressione corporea. L’ interpretazione e l’ espressione corporea, non intese come scimmiottamento o imitazione, partendo dagli strati miofasciali più profondi, sono un valido strumento per un ottimo lavoro sulla postura in quanto conferiscono un’ articolarità e una sinuosità senza eguali a un corpo sempre più imprigionato nelle sue retrazioni e ormai privo di spiralità. Etienne Decroux copriva il volto dei suoi attori e legava loro le braccia per far sì che gli impulsi partissero quasi visceralmente dal tronco. Nel teatro No e nel Kabuki, la sua forma più popolare, il corpo dell’attore diventa vivo non per un eccesso di vitalità o per l’uso di grandi movimenti, ma per un gioco di opposizioni e una serie di differenze potenziali che lo rendono carico di energie, fortemente presente anche nei movimenti lenti o nell’ apparente immobiità. E torna vigorosa l’ immagine dell’ ulivo che, anche se profondamente radicato al terreno, riesce ad opporsi all’ affossamento insegnandoci che ci si può aprire al mondo, che si può interagire pur fra mille disfunzioni con un rinnovato orientamento e una più sicura stabilizzazione. Non è forse tramite le radici che attinge linfa vitale dal terreno per far crescere i suoi frutti? Legati alla nostra storia ma con gli occhi rivolti al mondo, è così che ci vorrebbe una fisicità posturalmente consapevole. Siamo strutture tensoattive, non dimentichiamolo, ed ogni programma posturale degno di questo nome dovrebbe tenerlo presente. Lo stesso Joseph Hubertus Pilates sosteneva che non è quello che si fa ma come lo si fa a segnare la differenza; avanzare con le gambe partendo dai muscoli profondi, muovere le braccia partendo dalle scapole, alzare il ginocchio cercando di farlo col gluteo, allontanare la testa dalle spalle partendo dal sacro.

Che curiosi paradossi nasconde la dinamica del corpo! Attraverso la tensione continua riusciamo a trovare il nostro centro e la distensione; grazie a un’ apparente cortina di finzione e di sottili strategie realizziamo la calma dell’armonia e dell’ equilibrio, e persino della nostra verità. Parliamoci chiaro, lo stato di abbandono dell’ “edificio umano”, dimora indiscussa oltre che della nostra impalcatura anche dei nostri organi, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni,  rivela un disagio e una disconnessione con la parte più profonda di sè; la nostra tanto osannata unità bioenergetica si è di fatto frantumata in seguito ai colpi inferti dall’inadeguatezza, dai conflitti e dalle paure generate da stereotipi sociali fuorvianti.  Ma un modello comportamentale, e aggiungerei, culturale, è in grado di iperprogrammare alcune catene muscolari esattamente come un viscere in disfunzione, un’ alterazione recettoriale o un problema strutturale. E allora, se quelle strategie son frutto non di un imponimento ma di una più intima percezione corporea, ci verrà naturale farne una pratica quotidiana. E se in più sono state partorite dalla nostra creatività e dalla ricerca di un corpo che si ascolta e si articola, rimarranno indelebili nei nostri engrammi motori. Del resto solo creando si impara davvero e soprattutto è difficile dimenticare quello di cui si è stati artefici. Un grande maestro di arti marziali diceva che non ci sono segreti nella pratica ma è la pratica stessa il segreto. E allora ben vengano tutti gli input che ci esortano a fare dell’ascolto delle nostre “cronicizzazioni”  una pratica quotidiana, ne trarranno giovamento non solo la nostra postura ma anche la nostra efficienza, la nostra lucidità e il nostro modo di interagire con gli altri e col mondo. Scopriremo, sorpresi, come la protezione non consista nell’ affossamento ma nell’ apertura.  

E come quell’ ulivo, metafora potente di una gioia che racchiude in sè la  “forza vitale e dolorosa dell’ avvenire”,  sperimenteremo un’ espansione che ci ricorderà quanto ciascuno di noi sia un patrimonio insostituibile, esattamente come quel tronco, quelle radici, quei rami e ogni suo anelito antigravitazionale. Non è un caso se  “Radicati ma protesi” è anche il titolo di uno dei miei ultimi workshop  che ha come costante sottofondo  dieci tracce di mia composizione assemblate nel cd “La quiete dell’ ulivo”. Il workshop è un percorso di consapevolezza corporea che, attingendo dalla regalità e dalla simbologia possente delle piante secolari, approda alla sacralità del corpo proponendo tecniche espressive di radicamento, strategie sottili per muoversi nel corpo ancor prima che col corpo, esplorazioni sensoriali delle strutture di relazione e del loro uso improprio, pratiche feconde di sblocco delle compressioni, dinamiche alternative per l’orientamento ed altre abilità utili alla postura e all’efficienza dei sistemi corporei che, ancora paradossalmente, noi stessi siam soliti sabotare.

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